Caso Garlasco, tutta colpa di toghe impreparate?
Illusione di certezza scientifica applicata al diritto penale

Limiti metodologici evidenziati dal magistrato Giuseppe Gennari nel libro “La scienza non giudica”
Il caso giudiziario di Garlasco è un esempio perfetto dell'illusione di certezza scientifica applicata al diritto penale? Lo sostiene il magistrato Giuseppe Gennari nel suo libro “La scienza non giudica. Prevenire gli errori giudiziari con un uso consapevole delle prove scientifiche”, scritto insieme con Luca Lupária Donati e Franco Taroni.
L’omicidio di Chiara Poggi è da anni al centro di teatrate mediatiche nonostante la sentenza definitiva di condanna di Alberto Stasi. Quando tutto sembrava ormai chiaro e definito attraverso il vaglio di decine di magistrati, il caso è stato riaperto dalla Procura di Pavia a seguito di nuove analisi genetiche, forse nemmeno troppo avanzate come vengono sbrigativamente definite. Impronte, tracce di vario genere e dati informatici, già in passato analizzati in contraddittorio, in base a nuove valutazioni fatte proprie dai magistrati inquirenti porterebbero dritto a una verità diversa da quella che s’era conosciuta: l’assassino di Chiara Poggi, infatti, non sarebbe il suo ex fidanzato Alberto Stasi, ma Andrea Sempio, un amico del fratello della vittima.
L’ipotesi dell’accusa è che Sempio, attuale indagato, abbia appunto ucciso Chiara Poggi lasciando tracce di dna sotto le sue unghie. Già nel 2014 il prof. Francesco De Stefano aveva eseguito su quelle tracce una perizia, concludendo che il materiale fosse insufficiente per identificare o escludere alcuno in modo certo. Secondo la recente perizia della genetista Denise Albani, il profilo genetico riscontrato è invece compatibile con l'attuale indagato Andrea Sempio, ma non in modo esclusivo: gira e rigira, non ci sarebbe, secondo logica, nulla di sostanzialmente nuovo.
Punti critici delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi
Giuseppe Gennari analizzando il caso Garlasco mette a fuoco alcuni punti critici, che hanno persino del paradossale. L’orario della morte di Chiara Poggi era stato fissato inizialmente dal medico legale in una fascia temporale (intorno alle 11:00) per la quale Alberto Stasi possedeva un alibi informatico inattaccabile. Successivamente lo stesso esperto ha modificato e ampliato l'orario del decesso, "adattandolo" alle esigenze dell'accusa per collocarlo tra le 9:12 e le 9:35, momento in cui l'alibi non copriva l'imputato. Secondo Gennari, i giudici hanno accettato questa correzione senza valutarne il rigore metodologico, ma solo per fini utilitaristici. L’adeguamento dell’ora, in realtà, è avvenuto sulla base di altre evidenze emerse dalle indagini tradizionali, come gli orari di attivazione e disattivazione dell’antifurto di casa e la testimonianza sull’orario di una bici nera davanti alla villa.
Probabilità statistiche scambiate facilmente per certezze
L'autore - che con numerose pubblicazioni si occupa da tempo della materia - evidenzia complessivamente che giudici e pm scambino probabilità statistiche per certezze. Vero è che dalle cronache giudiziarie emergono contrasti fra consulenti, periti e penalisti sulla lettura di tracce rilevate nelle scene di delitti; conseguenza di letture e interpretazioni che finiscono col mettere in forte dubbio la validità delle cosiddette prove scientifiche. Vero è pure che magistrati inquirenti si innamorano di tesi da loro commissionate, insistendo imperterriti nel portare avanti l’accusa con ricostruzioni fantasiose.
Le cronache evidenziano però inoltre che i magistrati giudicanti hanno emesso spesso sentenze disattendendo e spazzando via conclusioni peritali ritenute suggestive. Ma la definizione del giudice come il “perito dei periti” è considerata da Giuseppe Gennari, e non a torto, una finzione giuridica pericolosa, tenuto conto che diffusamente il magistrato non ha una preparazione che gli permetta di scegliere un consulente valido e di valutare infine la prova scientifica.








