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Schedature segrete e giornalisti spiati

Giornalisti spiati, un'antica abitudine - 1

Dal caso Sifar alle schedature segrete di Digos e Nuclei informativi

Lo scandalo di professionisti dell'informazione intercettati illegalmente col sistema Paragon per motivi politici ricalca una prassi decennale di apparati statali, con dossieraggi fasulli che fanno rabbrividire

Lo scandalo dei giornalisti spiati riporta alla memoria questioni risalenti a più di mezzo secolo fa. Più di centocinquantamila fascicoli formati dal 1955 al 1962 con schedature segrete servivano a tenere sott'occhio personalità ritenute capaci di influenza politica. L'Italia dai tempi del fascismo aveva una tradizione consolidata, che nell'epoca repubblicana fu appunto rinnovata massicciamente dal Sifar (Servizio informazioni forze armate) comandato dal generale Giovanni De Lorenzo. Lo scandalo, scoppiato anni dopo, rivelò che sotto la lente d'ingrandimento erano finiti non solo politici, militari, uomini di cultura, sindacalisti e religiosi, ma anche giornalisti.

Quelle schedature erano legate a obiettivi di stabilità o sovvertimento del potere e persino a tentativi concreti di colpi di Stato, non andati poi in porto. Le classificazioni dei servizi segreti dovevano anche servire per sapere quali fossero le persone, in base all'orientamento politico, da catturare in una sola notte in caso di emergenze nazionali.

I fascicoli top secret sull'orientamento politico

Da allora la prassi dei fascicoli top secret non è cessata. In tutte le questure italiane, per esempio, opera la Digos (Divisione investigazioni generali e operazioni speciali), che in maniera del tutto lecita tiene sotto controllo - oggi anche telematicamente - numerosi soggetti, per scopi esclusivi di prevenzione e contrasto su molti reati, da quelli terroristici a quelli di tifoserie sportive.

Attività analoghe vengono svolte da Nuclei informativi dei carabinieri, reparti militari di “intelligence” anch'essi presenti in tutte le province. Da giornalista specializzato di cronaca nera e in prima linea in Sicilia non sfuggivo alle schedature. Effettuate in loco ma destinate a comandi centrali, avevano ben poco di segreto: ne venivo annualmente a conoscenza, infatti, perché, essendo manifestamente dalla parte dello Stato e contro la mafia, un sottufficiale si prodigava di avvisarmi, anche per chiedermi se fosse corretto che di orientamento politico ero "moderato" e non avevo legami sentimentali con cittadine russe. Mi sorprendeva quest'ultimo tipo di informazione, che si era soliti acquisire su militari prima dell'eventuale concessione del nulla osta segretezza Nato; ma poco mi interessava.

Dossieraggi scandalosi tra uffici di polizia e Prefettura

Yara orrori e depistaggiQuando non si riesce con le schedature e le intercettazioni, contro i giornalisti scomodi è diffuso il ricorso a dossieraggi segreti tendenti a screditarli o disarmarli. Riprendendo miei articoli di stampa, nel mio libro Yara, orrori e depistaggi nel 2014 evidenziai in un capitolo che il questore dell'epoca di Bergamo Vincenzo Ricciardi, il quale aveva intanto svolto indagini sul caso Gambirasio, era finito nel mirino della magistratura nell'inchiesta sui depistaggi per la strage di via D'Amelio a Palermo, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino. Ricciardi nel capoluogo siciliano era stato vice del dirigente Salvatore La Barbera alla Squadra Mobile di Palermo. Il funzionario è stato poi prosciolto dalle accuse nel 2016.

In coincidenza con l'uscita del libro, la prefettura di Milano mi preannunciò il rigetto della domanda di rinnovo del porto d'armi per difesa personale, ostacolandomi anche nella richiesta di accesso agli atti, che mi consentì solo dopo una mia formale diffida ad adempiere al prefetto Francesco Paolo Tronca. Scoprii in tal modo che l'annunciato diniego scaturiva da una informativa, da me acquisita, del vice questore Francesco Anelli del commissariato di Legnano, il quale riferiva: 1) che non avevo frequentazioni mafiose ed ero di comportamenti integerrimi; 2) che quale direttore del quotidiano "L'Eco di Bergamo" avevo incassato una taglia di ventimila euro destinata a chi avesse contribuito a far luce sul sequestro di Yara Gambirasio, utilizzando il ricavato per pagare la pubblicazione del mio libro, con comportamento moralmente reprensibile; 3) che avere ricevuto proiettili per posta non costituiva pericolo, non avendo denunciato i fatti a lui bensì ai carabinieri; 4) che dunque non avevo bisogno di circolare armato.

Informazioni fasulle per screditare il cronista scomodo

Una volta smascherato, il vicequestore ammise che aveva sbagliato, poiché nulla avevo mai avuto a che fare con quel giornale di Bergamo né avevo avuto alcun ruolo nella vicenda di quella taglia, essendomi limitato a identificare il "benefattore" denunciandolo alla Procura di Bergamo perché mi aveva minacciato per email al fine di impedirmi la pubblicazione, appena annunciata, del libro su Yara.

Evidente fu che quelle informazioni fasulle, con scambio di vedute ed oscure richieste, potevano essere partite soltanto da Bergamo: una modalità per nuocere a un giornalista rompiscatole disarmandolo; il che per un cronista di nera può equivalere a spuntargli la penna. Si veda in proposito il mio libro Nera - Cinquant'anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena.

La storia insegna. Nessuno sa quali possano essere in astratto eventuali impieghi oscuri di schedature apparentemente innocue. I giornalisti, per il solo fatto della professione, siamo potenzialmente esposti a dossieraggi inimmaginabili in base agli apparati di potere del momento, più di quanto lo siano soggetti criminali. Le intercettazioni telefoniche illecite denunciate ultimamente generano fondato allarme sui pericoli della democrazia; ma anche questo non è un fenomeno nuovo.

GIORNALISTI SPIATI - 2

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