Sospetti e dolorose amarezze per vendette di mafiosi "pentiti"
Addio Contrada, servitore e vittima dello Stato
La scomparsa di Bruno Contrada, morto ieri a Palermo all’età di 94 anni, riaccende le discussioni su uno dei più importanti protagonisti della lotta alla mafia, passato da servitore a vittima dello Stato.
Negli anni 70 la Squadra Mobile del capoluogo siciliano, diretta appunto da Contrada, era, con l’Arma dei carabinieri, protagonista di difficilissime indagini in un contesto criminale allarmante, con delitti sanguinari. All’epoca si negava addirittura in gran parte della Sicilia l’esistenza della mafia. A Catania carabinieri e polizia, con questore Emanuele De Francesco, infliggevano duri colpi alla criminalità; e il dirigente della Criminalpol per la Sicilia Orientale, Francesco Cipolla, insidiava la malavita tenendo nel mirino il boss Giuseppe Calderone, ritenendo in particolar modo, con grande acume investigativo e schiena dritta, che il boss avesse fatto da ponte per l’affiliazione delle cosche locali a Cosa Nostra. Ma il contesto era, per altri versi, di apparati ben in alto che continuavano a restare ciechi, tant’è che il procuratore generale Ugo Buscemi, in una intervista esclusiva a me concessa e pubblicata il 26 aprile 1975 sul quotidiano “Espresso Sera”, dove lavoravo con Giuseppe Fava, negava l’esistenza del fenomeno mafioso. L’intervista integrale è rinvenibile nel mio libro “Nera – Cinquant’anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: delitti, cronisti, retroscena” (Milano, 2021).
Questo accadeva mentre si doveva aspettare ancora il 1982 perché con la legge n. 646, nota come Rognoni-La Torre, venisse introdotto nel sistema giudiziario il reato di associazione mafiosa: per approvarla s’era aspettato che la mafia commettesse omicidi eccellenti, fino a quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Evidente è che la politica, inadeguata e a volte pure immischiata o connivente, ha avuto e continua ad avere una responsabilità enorme per ciò che è accaduto nei decenni e accade tuttora nella lotta alla mafia.
Tornando agli anni di Bruno Contrada, da dirigente della Mobile, della Criminalpol e poi del Sisde a Palermo, che avevo avuto il piacere di conoscere, il clima di trattative Stato-mafia in corso o portate a termine, ma anche senza di quelle, le investigazioni erano possibili utilizzando rete estese di confidenti, in mancanza delle quali non si riusciva a penetrare nelle diffuse cortine di omertà. A posteriori e pur a risultati importanti ottenuti, è stato spesso gioco facile sospettare vigliaccamente di poliziotti sulle scorta di “rivelazioni” vendicative di mafiosi: a Catania è accaduto in modo vergognoso per l’ispettore capo Giovanni Lizzio dopo la sua uccisione, ma più in alto s’è verificato con un accanimento proprio per Bruno Contrada.
Contrada, come si ricorderà, fu arrestato nel dicembre 1992 con l’accusa infamante di concorso esterno in associazione mafiosa e ha scontato molti anni di carcere, fino a ottenere poi la riabilitazione dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Addio a questo servitore dello Stato, che l’ha ripagato con dolorose amarezze.









