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Bruno Contrada
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Addio Contrada, servitore e vittima dello Stato
Sospetti e dolorose amarezze per vendette di mafiosi "pentiti"
Addio Contrada, servitore e vittima dello Stato
La scomparsa di Bruno Contrada, morto ieri a Palermo all’età di 94 anni, riaccende le discussioni su uno dei più importanti protagonisti della lotta alla mafia, passato da servitore a vittima dello Stato.Negli anni 70 la Squadra Mobile del capoluogo siciliano, diretta appunto da Contrada, era, con l’Arma dei carabinieri, protagonista di difficilissime indagini in un contesto criminale allarmante, con delitti sanguinari. All’epoca si negava addirittura in gran parte della Sicilia l’esistenza della mafia. A Catania carabinieri e polizia, con questore Emanuele De Francesco, infliggevano duri colpi alla criminalità; e il dirigente della Criminalpol per la Sicilia Orientale, Francesco Cipolla, insidiava la malavita tenendo nel mirino il boss Giuseppe Calderone, ritenendo in particolar modo, con grande acume investigativo e schiena dritta, che il boss avesse fatto da ponte per l’affiliazione delle cosche locali a Cosa Nostra. Ma il contesto era, per altri versi, di apparati ben in alto che continuavano a restare ciechi, tant’è che il procuratore generale Ugo Buscemi, in una intervista esclusiva a me concessa e pubblicata il 26 aprile 1975 sul quotidiano “Espresso Sera”, dove lavoravo con Giuseppe Fava, negava l’esistenza del fenomeno mafioso. L’intervista integrale è rinvenibile nel mio libro “Nera – Cinquant’anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: delitti, cronisti, retroscena” (Milano, 2021).







