2-ANTIVIOLENZA Inchiesta di Salvo Bella e Gaetano Alemanni
Antiviolenza, casi che fanno rabbrividire
Dal Nord alla Sicilia, atroci sofferenze di Felicia, Laura e Marina

Accuse pesanti, ma c’è chi le respinge denunciando: “Sono donne folli”
Storie che fanno rabbrividire – come quelle di Felicia, Laura e Marina – sono l’esemplificazione palpitante di vittime di violenza tradite, dal Nord alla Sicilia, da presunte cricche che avrebbero dovuto aiutarle. Le persone chiamate in causa reagiscono denunciando: “Sono donne pazze”.
Nella giungla di cosiddette associazioni antiviolenza, accanto a organizzazioni rispettabilissime, guazzano anche sodalizi sospetti, messi su da soggetti che improvvisandosi esperti, con scopi di facile lucro, inaspriscono conflitti familiari e danneggiano minori; e l’incompetenza è aggravata anche, con edulcurazioni e raggiri, da obiettivi, appunto, di guadagno disonesto. Va per esempio ricordato che nel 1979 la presidente di una associazione nata per tutelare donne vittime di violenza e minori fu arrestata dai carabinieri di Riccione per truffa aggravata, estorsione, minaccia e falso. Secondo le accuse, intascava finanziamenti pubblici, utilizzava il denaro per spese private e ne estorceva alle vittime minacciandole.
Gravi accuse vengono da anni rivolte dalle vittime ad associazioni perlomeno inadeguate, anche per il solo fatto che, mentre fingono di predicare contro le violenze di ogni genere, reagiscono aggredendo senza ritegno: “Queste donne – dicono sbrigativamente – sono pazze”.
Pagine e gruppi di Facebook finiscono con l’essere un’arena nella quale sono alimentate aspre diatribe, con parole pesanti corredate da immagini tutt’altro che pacifiche; post di invettive utilizzando anche falsi profili con nomi fasulli di fantasia.
Pazze o non pazze è però da vedere. A essere apostrofate in tal modo sono persone più o meno inermi, senza alcuno accanto o alle spalle, vittime di violenza, prive di mezzi economici, con atroci sofferenze. Colpirle oltre ogni misura per i loro lamenti, pur anche esagerati, è un’offesa all’umanità, alla civiltà e al buonsenso.
In Sicilia inaccettabili soprusi che ricordano la mafia
A cominciare dalla Sicilia, per risalire poi al Nord, si scoprono situazioni alquanto strane non solo di disattenzione ma persino di combutte.
Proprio in Sicilia, Felicia è finita nel tritacarne di pseudo assistenti e autorità compiacenti che avrebbero dovuto proteggerla insieme con i tre figlioli dopo aver subito dal marito ripetute violenze e minacce. Non si tratta in questo caso di una diseredata, di una ignorante, di una squilibrata, di una persona di malaffare; bensì di una professionista rispettabilissima dedita con amore ai figli e al lavoro; tutti elementi che ne rendono a maggior ragione incomprensibili le persecuzioni delle quali è vittima da parte di enti e istituzioni.
Calvario a Sciacca, dove protestare è pericoloso
Il calvario di questa donna ha avuto dal 2023 uno sviluppo inquietante in una struttura di Sciacca in provincia di Agrigento, dove è stata portata in pulmino da Catania insieme con i ragazzini. Lì si è trovata, come in un ghetto, senza acqua calda, a dover mangiare cibi scaduti, costretta a pulire terrazze enormi sotto il sole a 40 gradi, a spostare frigoriferi pur essendo in gravidanza, senza assistenza medica garantita, sottoposta a “visite ispettive” come nelle carceri e a continue minacce di vedersi togliere i figli.
Ma il sistema non può presentare crepe, non può essere considerato fallimentare, cosicché i finanziamenti arrivano sempre puntuali e a gogò, pronti per essere spartiti. Protestare e denunciare è in taluni ambienti pericoloso: perché chi dovrebbe indagare non fa nulla; e ciò incoraggia il sodalizio a vendicarsi contro Felicia e ne sfrutta addirittura i ragazzi facendo lavare bagni, corridoi e stoviglie in una infernale struttura.
Le ragazze finiscono quindi affidate ad una casa famiglia, che, tanto per cambiare, le sfrutta per fare doposcuola ai più piccoli tralasciando le proprie necessità; il ragazzo viene affidato ad una comunità insieme a ragazzi difficili.
La storia di Felicia, ancora aperta dopo ben tre anni, ha dello scandaloso, in una terra nella quale alle atrocità della vecchia mafia si aggiungono inaccettabili soprusi da parte di chi dovrebbe difendere le donne vittime di violenza e invece le massacra.
Lasciata a Roma in strada con la figlia
Un’associazione avrebbe cercato di sfruttare il tentato suicidio di una ragazza abbindolandone la madre Laura, che s’era presa cura della figliola affidandola a una struttura per il supporto psicologico. La donna, circuita con blandizie, è stata convinta a fare ospitare la ragazza in un centro “più serio” pronto ad accoglierla. Affrontato un viaggio di quattrocento chilometri, giunta a Roma si è trovata però abbandonata e lasciata in strada con la figlia, senza sapere nemmeno dove poter andare a dormire.
Era inevitabile che su una vicenda così grave e odiosa non si restasse in silenzio, tant’è che è stata presentata una interrogazione in Parlamento.
Ma c’è di più.
Sbarazzarsi di Marina passandola per pazza
Marina – così chiameremo una donna finita nel torchio - ha avuto la disgrazia di subìre in casa maltrattamenti e aggressioni, fatti gravi che avrebbero dovuto portare a conseguenze e provvedimenti duri contro il responsabile. Ma le cose non sono andate per nulla così. In un piccolo paese dove tutti si conoscono, accade che i “poveri” si incontrano solo fra di loro, mentre si collocano spesso da parte opposta i borghesi, i potenti, fra i quali sono immancabili pubblici amministratori, tutori dell’ordine, procuratori legali, assistenti sociali e sedicenti professoroni; e pure qualche associazione.
Ecco, qualche associazione; che con le stesse modalità usate per Laura ha convinto Marina a lasciare il centro dal quale era assistita in Campania e l’ha posta sotto la sua “tutela”. Con una sorta di combutta fra “addetti ai lavori”, per l’aggressore – ascritto alla cerchia dei borghesi - è stato quindi possibile ottenere, nello studio di un avvocato incaricato dal sodalizio, un documento sostanzialmente liberatorio da conseguenze e oneri.
Marina s’è in tal modo ritrovata senza un euro, in mezzo a una strada, insieme con la figlia; criminalmente isolata, con la salute debilitata per malanni sopravvenuti; e addirittura passata per pazza: un modo per sbarazzarsene, quasi come la mafia faceva in Sicilia per svuotare di contenuto le deposizioni di testimoni oculari di stragi e omicidi.
La sua storia drammatica, raccontataci dalla stessa in modo lucido e chiaro, è inquietante.
Una sentenza discutibile e strana.
La presidente di un’associazione ha reagito aspramente alle lagnanze di Marina, attribuendole telefonate, messaggi e scritti di insulti e mandandola a processo. L’istruttoria dibattimentale si è svolta attraverso l’escussione di testimoni di accusa, che hanno fornito versioni non verificate; mentre sono totalmente mancate testimonianze a discolpa, non essendone stata richiesta alcuna dal difensore assegnato con gratuito patrocinio, che si è limitato genericamente a formulare richiesta di assoluzione o proscioglimento. Quando i processi vanno avanti in tal modo e un tribunale non si preoccupa di conoscere in contraddittorio le ragioni di un imputato, la sentenza è preannunciata: condanna.
Fin qui potrebbe ancora starci; senonché è anomalo aver ritenuto l’imputata incapace di intendere e volere in base a qualche precedente statuizione che sarebbe stato corretto verificare. La conclusione, però, è stata esilarante: Marina non risponderà di nulla, ma a suo carico è stata disposta per sentenza una misura di sicurezza di libertà vigilata, come si addice a persone pericolose. Cornuta e bastonata.
Nessuna attenuante e pena severa per Vito
Le accuse di stalking erano state totalmente respinte da Marina e da Vito, con lei imputato nello stesso processo. Entrambi hanno negato di avere mai minacciato o perseguitato la querelante. Il coimputato era finito nella baraonda per essere stato l’unica persona, mossa da spirito di solidarietà, ad aiutare Marina abbandonata da tutti, istituzioni comprese. Era perciò encomiabile che Vito, in quel contesto di ostilità e indifferenza diffuso, prendesse le difese della donna. La sentenza sostiene che avrebbe dato dei camorristi e criminali alle persone coinvolte; un fatto che, se vero, andava giustamente condannato. Non è da poco, peraltro, che persone facenti parte della combriccola sarebbero sotto indagine per presunti rapporti con la camorra.
Ogni condanna, però, deve tenere anche conto delle cause che hanno determinato i fatti, valutando approfonditamente le circostanze di attenuante, che non sono state minimamente indagate, recependo invece ricostruzioni a senso unico.
La pena, dunque, è stata di un anno e due mesi di reclusione, più del minimo previsto dal codice penale, così da fargli revocare il cosiddetto assegno di inclusione.
L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro è stato condannato a otto mesi di reclusione (sentenza non definitiva) per rivelazioni di segreto d’ufficio. La fattispecie di reato è ovviamente diversa; ma crediamo davvero che la giustizia sia uguale per tutti?
Immischiarsi per lavoro o per giustizia
Processi a parte, la nostra inchiesta ha affrontato anche i temi scottanti delle denunce insabbiate di donne vittime di ingiustizia; e prenderà in esame anche casi speciali: di una blogger che per il suo normale lavoro è stata trascinata in varie questioni; e di una sua "rivale", immischiatasi nelle vicende da giustiziera a spada tratta e accusata di vari reati.
2 - CONTINUA
1 –Antiviolenza, non è tutto oro
2 – Antiviolenza, casi che fanno rabbrividire
3 – Antiviolenza, troll nella mischia
4 – Antiviolenza, amici delle porte accanto
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SALVO BELLA è nato a Giarre in provincia di Catania nel 1949. Giornalista professionista iscritto all’Ordine dal 26-02-1971, da redattore del quotidiano “La Sicilia” e direttore di giornali s’è occupato di mafia e criminalità, svolgendo inchieste i cui esiti sono stati fatti propri dalla Commissione parlamentare antimafia. Nel 1997 ha smascherato “il cacciatore di anoressiche”, convincendolo a rivelare la sua doppia personalità: era l’antiquario di Pisogne Marco Mariolini, che in un libro choc annunciò un omicidio, poi commesso l’anno dopo. Il caso ha ispirato il film di Matteo Garrone “Primo amore”, premiato al Festival internazionale di Berlino. Medaglia d'oro dell'Ordine dei giornalisti per i cinquant'anni di iscrizione all'Albo, dirige la casa editrice libraria Gruppo Edicom. Fra i suoi libri "La regola del silenzio" (Catania 1970), “Rivelazioni sulla scomparsa di uno scienziato: Ettore Majorana” (Milano 1975), “Il padrono: quale mafia?” (Milano 1980), "Toghe all'inferno" (Catania 1994),"Yara, orrori e depistaggi" (Milano 2014), "Nera - Cinquant'anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena" (Milano 2021. Premio Piersanti Mattarella, Campidoglio, Roma 2022).
GAETANO ALEMANNI è stato ispettore superiore di polizia, cofondatore e segretario nazionale di sindacati di categoria, per i quali ha anche diretto organi di informazione. Ha operato in servizi di sicurezza a Milano e diretto indagini per la lotta alla mafia in Sicilia. Istruttore e direttore di tiro, è consulente tecnico della magistratura e saggista.








