1-ANTIVIOLENZA Inchiesta di Salvo Bella e Gaetano Alemanni
Centri antiviolenza donne, non tutto è oro
Avventurieri, minacce, intrecci di denunce e vendette a gogò

Ad organizzazioni autorevoli si sono aggiunti sodalizi che nascondono furbescamente scopi oscuri
I centri antiviolenza per proteggere le donne sono proliferati in Italia dappertutto. Assistono in vari modi, con attività a volte limitate, altre volte bene organizzate in reti autorevoli. Ma non è tutto oro quello che luccica: non sono rari i casi di avventurieri, anche sprovveduti, aspramente accusati dalle vittime, con conseguenti intrecci di minacce, denunce e vendette a gogò.
Un cosiddetto centro antiviolenza non è altro che una associazione, che può essere costituita da soci fondatori (da 3 a 7, a seconda dei casi), anche pregiudicati, scrivendo uno statuto e registrandolo all’Agenzia delle Entrate per ottenere il codice fiscale. Non c’è l’obbligo di iscrizione al Runts (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore), necessaria solo per ottenere sgravi fiscali e richiedere finanziamenti. Questa procedura ha banalmente permesso il fiorire di innumerevoli sodalizi, molti collegati a più ampi centri rispettabilissimi e autorevoli con attività svolte da persone specializzate, indispensabili per l’ascolto e il supporto psicologico, per la consulenza legale e quant’altro si può rendere necessario per prevenire ed aiutare.
Dietro apparenti obiettivi di solidarietà
Con quelle importanti realtà si confondono tuttavia anche associazioni create da persone senza scrupoli, che dietro gli apparenti obiettivi di solidarietà e scopi non di lucro nascondono furbescamente interessi oscuri.
Nella mescolanza di centri antiviolenza e case di accoglienza di vario genere ruotano esborsi di denaro pubblico non sempre speso correttamente, mentre le donne che andrebbero aiutate ricevono al massimo qualche elemosina.
In tali contesti si sviluppano contrapposizioni incandescenti: da una parte vittime che contestano di non essere state assistite o di essere state tradite e minacciate persino di morte; e dall’altra reazioni con querele per minacce, diffamazione e stalking e richieste di danni.
Una realtà allarmante di famiglie sfasciate
In mesi di verifiche, dalla nostra inchiesta emerge una realtà allarmante di famiglie sfasciate e di pregiudizi molto gravi per la serenità di minori. I nomi sono qui di fantasia, ma le storie sono inquietanti: come quelle di Felicia, Laura e Marina - anche oggetto di una interrogazione parlamentare – accanite contro un’associazione romana alla quale sono stati attribuiti inaccettabili intrighi; la vicenda di Claudia, che si è immischiata nella bufera sebbene non la riguardasse nemmeno minimamente; fiumi di parole e denigrazioni varie nei quali, loro malgrado, sono stati trascinati anche il direttore di un giornale campano e una blogger, Cristiana, “colpevole” solo di avere realizzato una intervista.
Verità? Menzogne? Alle violenze fisiche contro donne si aggiungono quelle psicologiche, molto odiose, da parte di chi dovrebbe proteggerle.
Che cosa ne è di denunce e querele? Molte sono finite archiviate, sostengono gli autori, per insabbiamento grazie a facili cerchi magici e importanti parentele; altre hanno portato a condanne, di chi pur ritenendo di aver subìto dei torti avrebbe reagito aspramente con modi e toni inaccettabili.
Come stanno davvero le cose? Mentre pubblico e istituzioni si affannano a discutere della famiglia nel bosco, nessuno indaga su una terrificante cloaca di multipli interessi nella quale si lucra anche su minori indifesi. Entreremo con la nostra inchiesta in particolari di questi temi caldi.
1 - CONTINUA
1 – Antiviolenza, non è tutto oro
2 – Antiviolenza, casi che fanno rabbrividire
3 – Antiviolenza, troll nella mischia
4 – Antiviolenza, amici delle porte accanto
I LETTORI POSSONO LASCIARE COMMENTI IN FONDO A QUESTO ARTICOLO.
PER EVENTUALI SEGNALAZIONI DI CASI SCRIVERE A info@siffatto.it
SALVO BELLA è nato a Giarre in provincia di Catania nel 1949. Giornalista professionista iscritto all’Ordine dal 26-02-1971, da redattore del quotidiano “La Sicilia” e direttore di giornali s’è occupato di mafia e criminalità, svolgendo inchieste i cui esiti sono stati fatti propri dalla Commissione parlamentare antimafia. Nel 1997 ha smascherato “il cacciatore di anoressiche”, convincendolo a rivelare la sua doppia personalità: era l’antiquario di Pisogne Marco Mariolini, che in un libro choc annunciò un omicidio, poi commesso l’anno dopo. Il caso ha ispirato il film di Matteo Garrone “Primo amore”, premiato al Festival internazionale di Berlino. Medaglia d'oro dell'Ordine dei giornalisti per i cinquant'anni di iscrizione all'Albo, dirige la casa editrice libraria Gruppo Edicom. Fra i suoi libri "La regola del silenzio" (Catania 1970), “Rivelazioni sulla scomparsa di uno scienziato: Ettore Majorana” (Milano 1975), “Il padrono: quale mafia?” (Milano 1980), "Toghe all'inferno" (Catania 1994),"Yara, orrori e depistaggi" (Milano 2014), "Nera - Cinquant'anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena" (Milano 2021. Premio Piersanti Mattarella, Campidoglio, Roma 2022).
GAETANO ALEMANNI è stato ispettore superiore di polizia, cofondatore e segretario nazionale di sindacati di categoria, per i quali ha anche diretto organi di informazione. Ha operato in servizi di sicurezza a Milano e diretto indagini per la lotta alla mafia in Sicilia. Istruttore e direttore di tiro, è consulente tecnico della magistratura e saggista.








